BEPPE COLLA RITRATTO DI GOURMET
by Gian-Maria Francesco Battuello   
Tuesday, 22 January 2019

Ritratto di Gourmet

Beppe Colla

Beppe Colla è un accademico naturalista, prestato alla vigna e alla cantina, a mettere le mani nella terra, per farne uscire quel frutto che accompagna il destino dell’uomo sin dall’inizio: il Vino. L’etica e il vino degno di essere chiamato tale. Fin quando è ancora al mondo, vigneron e winemaker di ogni latitudine, ma pure chef e ristoratori, dovrebbero fargli, visita affrontando magari a piedi la salita al “Drago”. I vitivinicoli contemporanei, invece di aspirare al jet privato, dovrebbero noleggiare Beppe Colla, per conversare con lui almeno mezza giornata, di vino e cucina in primis dal momento che è il massimo depositario vivente di quelle sfumature enogastronomiche che non entrano nei libri di storia. Si insegna ciò che si è imparato, si trasmette quanto interiorizzato. Non sarà mai stato un affabulatore di un’epoca, bensì il massimo conferenziere di riferimento del buono autentico del suo invidiabile e inviolabile terroir: le Langhe. Ascoltarlo mentre si cammina tra i filari e in cantina, è godere di una lectio magistralis dalla Natura al vino. A confronto, l’Università di Davis in California passerebbe per un “circolo degli enotecnici anonimi”, figure in analisi, comprendenti l’uva solo con il laboratorio. Circa l’enogastronomia piemontese e albese, Deo Gratias esistono degli idealisti, fanatici, malati e rompi-attributi come lui! È la codifica umana, con i suoi depositari, a conservare e trasmettere il patrimonio enogastronomico di un terroir oltre il tempo. Più che “Gran Maestro” dei “Cavalieri del Tartufo e dei Vini d’Alba”, Beppe Colla avrà ricoperto a tutti gli effetti il rango di “Pastore” della cultura albese; pastore, colui che accompagna, che non vuole tenere per se qualcosa di cui non è coscientemente proprietario, di cui non vuole diventare padrone e sfruttatore. Come nel Klondike dell’oro, le Langhe pullulano oggi di arrampicatori e speculatori, striscianti tra le vigne, piegate alla volontà del guru-winemaker e alla roulette dei punteggi, per annate ormai tutte uguali. A volte, “Nemo profeta in patria” è adeguato, la chirurgia – enologia – non può restituire la verginità in una generazione. Dal momento che la sopravvivenza e la fortuna del vino italiano è il mercato globale, le griffe in bottiglia dovrebbero tornare a viaggiare in “economy” ancora per qualche lustro. Il Tartufo bianco d’Alba, si sarà rivelato una maledizione, foriero di sabbath e riti pagani di ogni natura. Beppe Colla avrà inutilmente cercato di scacciare i mercanti dal tempio naturale che è la Langa.